Le origini della festa di Halloween si riconducono alla celebrazione del Samhain in Scozia, Galles e Irlanda.
La ricorrenza si diffuse con i Celti, che festeggiavano la fine dell'estate con Samhain, il loro capodanno. In gaelico Samhain significa infatti "fine dell'estate".
Nella dimensione circolare del tempo, caratteristica della cultura celtica, Samhain si trovava in un punto fuori dalla dimensione temporale che non apparteneva né all'anno vecchio e neppure al nuovo; in quel momento il velo che divideva dalla terra dei morti si assottigliava ed i vivi potevano accedervi.
Poiché Samhain divideva la stagione estiva da quella autunnale, separando l’anno in due metà, quella scura e quella chiara, era considerato un giorno magico, durante il quale si credeva che le anime umane, intrappolate nei corpi di animali, venissero in quella notte liberate.
Quello del Samhain, festività che poi si sarebbe evoluta in Halloween, è il giorno in cui i morti camminano fra i vivi e i segreti di presente passato e futuro possono essere svelati.
I Celti non temevano i propri morti e lasciavano per loro del cibo sulla tavola in segno di accoglienza per quanti facessero visita ai vivi. Da qui l'usanza del trick-or-treat ("dolcetto o scherzetto?").
Questa la formula recitata dai bambini che vanno a bussare a 13 porte diverse:
Smell my feet
Give me something to eat
Non too big, not too small
Just the size of Montreal
Dopo un po'
comprenderai la sottile differenza
fra stringere una mano e incatenare un'anima,
e comprenderai che amore
non significa dipendenza
e che compagnia non significa sicurezza.
Incomincerai a comprendere
che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse,
e incomincerai ad accettare le sconfitte
a testa alta e con gli occhi bene aperti,
con la compostezza di un adulto
e non con il dolore di un bimbo,
e imparerai a tracciare la strada sull'oggi,
perché il terreno del domani
è troppo incerto per essere pianificato.
Dopo un po'
comprenderai che perfino il sole
può bruciare se ne prendi troppo.
Allora
cura il tuo giardino e
abbellisci la tua anima
senza aspettare che qualcuno
ti regali dei fiori.
E imparerai
che puoi veramente farcela...
Che sei veramente forte,
e che tu vali
veramente molto.
(Veronica A. Shoffstall)
La battaglia è persa… e anche la guerra!
Ci sono momenti in cui ti senti come in un guscio di noce, perso nel grande mare della vita. Trasportato dolcemente dalle onde che ti portano in posti che non conosci. Provi a dare una direzione alla tua barca remando alacremente, ma capita che la marea si alzi e le correnti incalzino.
Fissi un obiettivo con lo sguardo e dirigi deciso la barca verso quel punto lontano, mentre attorno a te il giorno si fa scuro e il mare inizia a ululare. Remi con fatica, determinato a raggiungere il tuo porto, ma non sempre ciò che è scritto nelle stelle è quello che vogliamo con tutte le nostre forze.
Il mare si fa grosso, le forze ti abbandonano, la vista si offusca e il tuo porto quasi non si vede più. Potresti lottare ancora per dominare i flutti fino ad annegare, stremato, ingoiato dall’ultima onda che ti travolge.
Oppure puoi ritirare i remi in barca, rincantucciarti in un angolino aspettando che la bufera passi e poi ritrovarti lontano 1.000 miglia dai tuoi sogni, ma vivo.


Be silence
Ruhe
Silencio
milczenie
heshtje
sessizlik
katahimikan
silêncio

"La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
Come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o dall’aldilà.
Non avrai da fare altro che vivere”
Nazim Hikmet
Pronta per una sgambata nello Tsitsikamma National Park.
Il cavallo aveva un nome che in italiano significa Irritabile e, infatti, sulla via del ritorno il simpatico animaletto, si è innervosito per il passaggio di una jeep... Nomen Omen!
Tutto bene... solo un pò di adrenalina in circolo, ma la passeggiata in mezzo alle zebre e ai facoceri è stata meravigliosa!
| tg24 > cronaca |
Beh, che dire...
CHI BEN COMINCIA E' GIA' A META' DELL'OPERA!!!
Ripropongo questo appello, trovato sul sito cuore-di-cane.
Magari facendolo rimbalzare di blog in blog, questo gattino sfortunato troverà la persona giusta che cerca un gatto dolce e non si lascia spaventare da quel tipo di malattia.
Io ho avuto un gattone Fiv positivo che, oltre a vivere con me per 10 lunghi anni, ha diviso la casa con l'altra mia gatta (sana) senza alcun tipo di problema.
APPELLO PER PAOLINO
![[P1040456-796648.jpg]](http://1.bp.blogspot.com/_692NdZHx_EM/Sq5yQH5klvI/AAAAAAAAB18/SaBaohDtU10/s1600/P1040456-796648.jpg)



Paolino è un gattino di circa cinque anni salvato dalla strada, dove è stato trovato in condizioni di salute molto gravi. Ora è ricoverato in una clinica veterinaria, dove, con rara e paziente partecipazione (tanto che i veterinari lo considerano un “piccolo martire”), si sottopone quotidianamente a numerose e approfondite cure che lo hanno portato fuori pericolo di vita. Purtroppo al gattino è stata diagnosticata la Fiv, una malattia che colpisce il sistema immunitario del gatto, ma che non contagia in alcun modo l’uomo, il cane, il coniglio, ne i piccoli roditori. Un gatto con la fiv può vivere una vita lunga e serena solo vivendo in appartamento in quanto protetto da rischi di infezione. L’adozione in ambienti domestici è l’unico modo per salvargli la vita. A breve però, Paolino sarà dimesso e qualora non si riuscisse prima a garantire la sua adozione purtroppo il suo destino sarà quello di essere condotto presso un gattile, dove sarebbe inesorabilmente destinato alla morte. Per questo motivo questo appello ha l’obiettivo di giungere direttamente al cuore di chi voglia accogliere nella propria casa il micino e con amore prendersi cura di lui. L’adozione oltre a rappresentare un gesto di elevata civiltà e nobiltà d’animo, consentirebbe a chi la realizza di seguire quotidianamente la ripresa di Paolino e con essa la soddisfazione impagabile di donare una seconda vita ad un gattino così tanto amoroso, ma fino ad oggi estremamente sfortunato. Diceva Dick Shawn: “un gatto ha un’assoluta onestà emotiva: gli esseri umani per una ragione o per l’altra, possono celare i loro sentimenti, un gatto no. Se fosse possibile dotare i gatti di ali, essi non si accontenterebbero di essere uccelli; sarebbero angeli.”
Grazie di cuore.
Per info e adozione Stefania tel. 3477002593
Loredana cell. 3936095360
Come sempre, quando rientro da un viaggio con AnM, ho l'impressione che nella mia testa sia passato un uragano. I ricordi di viaggio stanno tutti lì, confusi e accatastati ma, pian piano, tutto si rimetterà a posto guardando le fotografie... spero!
Intanto restano le emozioni, i silenzi, le notti stellate passate in cerchio intorno al fuoco, a cercare stelle cadenti. Mentre passeggio a cavallo tra le zebre, i facoceri e le piccole antilopi, ho la forte sensazione di essere di nuovo in sintonia con l'universo, di essere ancora parte del mondo.
Capita persino un ippopotamo che, sotto i nostri occhi increduli, attraversa la strada principale del paese, mentre stiamo cenando al ristorante! Abbandoniamo di colpo il tavolo e ci precipitiamo in strada, mentre i locali ci urlano di non infastidirlo con i flash.
Qui la vita è semplice, essenziale. I ragazzi, nelle loro uniformi colorate, fanno km a piedi lungo le strade per tornare a casa dalla scuola. Così come gli adulti che, non possedendo auto, fanno l'autostop ai bordi delle strade per tornare nelle townships.
Mi fa male visitare il museo dell'apartheid a Cape Town. Qui, nel District Six, viveva in armonia e rispetto reciproco una comunità estremamente varia formata da bianchi e neri, ognuno con la sua religione e le sue tradizioni, finchè il governo decise che la città doveva essere lasciata ai bianchi. L'intero quartiere venne raso al suolo con i bulldozer e i neri vennero trasferiti all'esterno, nelle townships.
Le townships: città nella città. Ci sono scuole, stazioni di polizia, botteghe, tutto rigorosamente per i blacks e dove il tasso di disoccupazione è altissimo, sfiora il 60%.
La povertà è tanta, ma vissuta con grande dignità. Mentre giriamo con il pulmino per le vie, nessuno ci viene incontro per chiedere soldi, tutti ci guardano e ci salutano. Io mi sento un po’ in imbarazzo con la mia Canon al collo e cerco di fotografare senza dare troppo nell’occhio.
Non voglio che pensino che siamo venuti a vedere il circo!
A Cape Town l’atmosfera cambia, non più savane, rinoceronti, iene, antilopi, ma le signore degli oceani, le balene ! E poi la colonia di pinguini, la vista di Città del Capo dalla Table Montain, su cui si arriva con la funicolare. Qui troviamo le procavie, simili a marmottine, arroccate sulle rocce sferzate dal vento. Il panorama mozza il fiato.
Parecchi di noi si sono influenzati per il freddo, abbiamo avuto persino un piccolo incidente di macchina che mi ha fatto conoscere il pronto soccorso locale.. ma non è questo il mal d’Africa.
Il mal d’Africa è qualcosa che resta dentro, è un richiamo che sento riecheggiare nelle orecchie mentre cerco di ritornare alla mia vita quotidiana dopo essere stata trasportata in un mondo primordiale, in cui ho percepito di nuovo la presenza di Dio.