Le origini della festa di Halloween si riconducono alla celebrazione del Samhain in Scozia, Galles e Irlanda.
La ricorrenza si diffuse con i Celti, che festeggiavano la fine dell'estate con Samhain, il loro capodanno. In gaelico Samhain significa infatti "fine dell'estate".
Nella dimensione circolare del tempo, caratteristica della cultura celtica, Samhain si trovava in un punto fuori dalla dimensione temporale che non apparteneva né all'anno vecchio e neppure al nuovo; in quel momento il velo che divideva dalla terra dei morti si assottigliava ed i vivi potevano accedervi.
Poiché Samhain divideva la stagione estiva da quella autunnale, separando l’anno in due metà, quella scura e quella chiara, era considerato un giorno magico, durante il quale si credeva che le anime umane, intrappolate nei corpi di animali, venissero in quella notte liberate.
Quello del Samhain, festività che poi si sarebbe evoluta in Halloween, è il giorno in cui i morti camminano fra i vivi e i segreti di presente passato e futuro possono essere svelati.
I Celti non temevano i propri morti e lasciavano per loro del cibo sulla tavola in segno di accoglienza per quanti facessero visita ai vivi. Da qui l'usanza del trick-or-treat ("dolcetto o scherzetto?").
Questa la formula recitata dai bambini che vanno a bussare a 13 porte diverse:
Smell my feet
Give me something to eat
Non too big, not too small
Just the size of Montreal
A volte ho l’impressione di essere manipolata, strumentalizzata da certi giornalisti. Sì, la stampa sarà pure imbavagliata, ma parecchi di loro sembra non facciano altro che denigrare i nuovi provvedimenti con la sottile arma della persuasione e, a volte, con quella meno sottile del sarcasmo.
Leggevo un articoletto molto divertente. Fra le righe, si vedeva chiaramente il giornalista ridacchiare compiaciuto tra sé mentre scriveva l’articolo che ridicolizzava il provvedimento che impone multe a chi viola il codice della strada anche in bicicletta.
La comodità della bici, scriveva, è di poter andare da un punto A ad un punto B in linea pressoché retta, invece seguendo il codice devi fare un giro infinito tra semafori ed attraversamenti. Ma vààà??!!
Certo, se stai in campagna o in una cittadina con qualche centinaio di automobili, chi te lo vieta? Ma a Roma? Roma è una bolgia infernale. Chi vive qui sa che sta diventando difficile anche camminare sul marciapiede perché ci sono i ciclisti che lo occupano… visto che la strada è pericolosa. Della serie: che ci vadano i pedoni sulla strada!
In macchina, poi, te li vedi con le loro bici venire contro mano in vicoli resi ancora più stretti dalle auto in doppia fila. Quindi, forse, bisognerebbe prima vedere in che contesto si cala la norma, poi, magari, farci dell’ironia sopra!
Altra notizia sentita al TG.
La percentuale di reati commessi dagli stranieri regolari è quasi la stessa di quella degli italiani. Sensazionale! Una scoperta sorprendente, direi!
Nel tentativo di farci vedere lo straniero come un buon samaritano, incapace di commettere la benché minima scorrettezza, arrivano a dirci che se vieni stuprata, al 70% è uno di famiglia. La tua!!
Forse ci vuole un cervello superiore per capire che chi non ha nulla da perdere fa ciò che vuole, quando vuole, mentre chi ha voluto integrarsi nel paese che lo ospita cerca di non perderne i vantaggi comportandosi male.
Qualsiasi analisi deve contenere i doverosi distinguo, altrimenti chi legge e/o ascolta, e non è dotato di cervello proprio, è destinato ad essere trattato come un pecorone.
Sarà, ma per quanto io adori le pecore, non amo le greggi.
Sul marciapiede sotto casa mia, si potrebbe girare un documentario naturalistico, o meglio uno studio antropologico.
Ogni giorno, in uno dei cassonetti presenti, è possibile trovare oggetti di arredamento di vario tipo e misura. Alcuni sono incastrati dentro, altri sono poggiati a fianco, un pò come fossero in vetrina. Se non fossi schifiltosa, ci avrei arredato l’appartamento. Materassi, mobili, vecchi avanzi di soffitta, stanno lì in bella mostra in attesa che qualcuno li riporti a nuova vita. Una specie di Ikea di seconda mano.
Peccato che per arrivare al suddetto cassonetto, siamo costretti quotidianamente ad uno slalom per evitare le deiezioni canine. Alcune sono di misura modesta, segno della presenza di canetti di media misura, alimentati in modo sano, ma di altre ti vien da chiedere che razza di animali vengano ospitati nei palazzi vicini. E, soprattutto, ti chiedi che tipo di alimentazione possa originare delle produzioni così esagerate in quantità e colori.
A ridosso della ferrovia, c’è invece un vero e proprio immondezzaio, dal momento che molti gettano le cose oltre il parapetto alla loro sinistra, invece che dentro ai cassonetti alla loro destra (o viceversa a seconda del senso di marcia!).
Figuratevi, quindi, quando la gattara di zona, stamani mi dice che le hanno fatto storie per i piattini di plastica con i quali sfama due felini della strada. Sono DUE piattini riempiti di croccantini e di acqua, quindi del tutto puliti ed inodori, collocati sotto una macchina abbandonata da mesi lungo il marciapiede incriminato.
Ovviamente la presenza di tanta plastica deve aver urtato la sensibilità di questi fanatici della pulizia e dell’ordine, che purtroppo vivono nella mia strada!

Come sopportare le piccole e grandi frustrazioni e vessazioni di cui siamo oggetto ogni giorno della nostra vita?
Quello che ti spinge quando sei in fila; quello che ti taglia la strada in macchina; il capo che ti tratta come un numero o una pedina.
Quello che parcheggia in doppia fila davanti alla tua macchina e se protesti ti risponde scocciato “Mè so fermato solo un momento!”
Quello che ti fuma addosso mentre ceni “…tanto siamo all’aperto…”
Che avesse ragione Sartre?
La mia amica psicologa dice che io me la prendo troppo perché sono troppo rigida: poiché io non faccio queste cose, mal sopporto quando gli altri le fanno a me. Il suo consiglio: Adeguati!
Adeguarmi? Ma come?
Faccio allora un interessante esperimento: voglio vedere se adeguandomi il mio sistema nervoso ne uscirà più rilassato o più devastato.
Mi fermo in doppia fila invece di perdere la solita mezz’ora alla ricerca di un parcheggio lontano un miglio; rallento per individuare il numero civico che cerco, direttamente dalla macchina; ciondolo in mezzo al marciapiede, costringendo gli altri a chiedere “Permesso”…
Sto meglio?
Paradossalmente sì!
Della serie: tu dai fastidio a me, io do fastidio a qualcun altro… Oggi a te, domani a me…
Pensare che qualcuno debba sopportare le mie sgarberie, sembra aiutarmi a sopportare quelle altrui.
…Questi psicologi…!
Ma se fossimo tutti un po’ più educati e gentili con gli altri, non sarebbe meglio? In altri paesi funziona! 
Il Times online ha stilato la lista dei 30 capi di abbigliamento e accessori che non possono mancare nel guardaroba di una donna. La lista può essere un suggerimento per gli indecisi e i ’senza idee’ per i prossimi regali di Natale, compleanno o ricorrenze varie. Controllate se avete tutto (o quasi)!
La lista dei 30 ‘Must have’ del Times online:
1 - Clutch-bag
2 - Un portagioielli
3 - Guanti di pelle
4 - Una cintura alta e rigida
5 - Un paio di pantaloni fatti su misura
6 - Mascara volumizzante
7 - Camicia di seta
8 - Una spilla vintage
9 - Un paio di pantofole di seta
10 - Un ombrello
11 - Un basco
12 - Il classico tubino nero
13 - Un anello largo e colorato in pietre preziose o bigiotteria
14 - Un bolero in paillettes
15 - Un anello di diamanti ‘free from conflict’ (non deve arrivare da paesi dove si combatte)
16 - Una maglia di puro caschemere
17 - Intimo contenitivo
18 - Un reggiseno senza cuciture
19 - Stivali neri piatti
20 - Un paio di semplici scarpe da ginnastica
21 - Una collana importante (va bene anche finta, basta che sia vistosa)
22 - Almeno due paia di jeans: scuro e stretto per la sera e uno comodo per il week-end
23 - Mollettine per capelli
24 - Smalto rosso lacca per unghie
25 - Il classico blazer che va su tutto
26 - Un cappotto di sartoria
27 - Un costume da bagno che vada bene per la piscina della palestra e in vacanza
28 - Un phon di qualità
29 - Intimo e completo notte in seta
30 - Una semplice maglietta bianca
Come dire: se possiedi tutto ciò, puoi affrontare qualsiasi situazione!!
A proposito... di queste 30 cose io possiedo l'ombrello 
Ricordate i vecchi film di spionaggio? C'era sempre il momento in cui il nostro agente segreto leggeva qualcosa di segretissimo e poi, dopo aver appallottolato il foglio di carta, lo ingoiava.
Non vi sarà richiesto niente di tutto ciò.
Chiedo solo a chi passa di qui, di memorizzare questo numero sul proprio telefono e di utilizzarlo nel caso, partendo per le sospirate vacanze, avvisti un povero cane abbandonato sull'autostrada.
Attenzione, questo numero è valido solo per i cani avvistati in autostrada e basta anche un SMS.
Si attiveranno le 60 ronde di volontari antiabbandono dell'AIDAA.
334 105 10 30
Mi raccomando... c'è chi conta su di noi!!
Potenza del decoder: ora si possono vedere canali prima neanche immaginati.
Ieri sera capito su un canale che manda in onda un servizio sulla condizione della donna negli anni ‘60/’70. Forse più ’60 che ’70. Siamo in Sicilia e viene intervistata una donna di un’età imprecisata.
Fa la ollatrice. La che? La orlatrice, si capisce al terzo tentativo per via di quella “r” tipicamente sicula.
Sposata a 17 anni, la signora ha avuto 11 figli poi, con nonchalance, ci aggiunge pure 14 aborti… vivaddio!
La figlia ha seguito le sue orme: sposata a 17 anni con la “fuitina”, ha però sposato pure le tesi delle femministe allora in sboccio. Dopo avere avuto un paio di figli, decide di prendere la pillola.
Comune a tutte e due le donne il fatto di avere il marito seduto alle loro spalle: si sa, chi sta dietro può controllare meglio!
L’intervista a lui mi fa friggere, ma resisto per capire un’epoca che, fortunatamente, è morta e sepolta. In pratica l’unico compito della donna è fare e crescere i figli. Attività, questa, che occupa tutta la durata del matrimonio. Riguardo il lavoro, certo che la donna può lavorare, dice lui, ma dentro. Dentro cosa? Dentro casa, è ovvio! Riguardo le corna, poi, per ovvi motivi di onore… conosciamo tutti il seguito.
Alla fine del servizio, si torna alla madre. Le chiedono se è contenta di aver avuto tutti quei figli e lei, con un bel faccione tondo e simpatico, abbassa lo sguardo un secondo e risponde: “No”.
Ma come no? Mi si infrange l’illusione che le donne dell’epoca fossero almeno contente della loro vita. Si sa, passavano dalla tutela del padre a quella del marito, ma la società era così e ci si rassegnava.
Ora mi spiego perché i rapporti duravano una vita: l’uomo aveva un raggio di azione di 360°, servito e riverito da una moglie che non aveva voce in capitolo su niente che non fosse la spesa. Esistevano circoli esclusivi per uomini in cui entravano solo “signorine” compiacenti. La donna viveva in una specie di gabbia, a volte anche dorata, in cui il sole nasceva e tramontava con il marito.
E oggi gli uomini hanno il coraggio di frignare che si sentono confusi, minacciati dal nuovo tipo di donna? Si lamentano perché noi donne siamo aggressive, solo perché pretendiamo il rispetto dei nostri spazi e dei nostri tempi? Perché rispondiamo alle corna con le corna, o con un calcio nel sedere (a scelta)? Perché non aspettiamo che si degnino di regalarci un fiore, ma ci compriamo da sole un intero giardino?
Certo, neanche a me piacciono le donne che scimmiottano l’uomo e ne diventano una versione volgare e caricaturale. Credo che si possa essere autonome e femminili allo stesso tempo. Forti di carattere, ma gentili nei modi. Determinate a centrare i propri obiettivi, ma disponibili ai bisogni altrui.
Oddio … mi sa che ho fatto l’identikit del mio uomo ideale!

Secondo voi, perché quell’affarino sempre più piccino che ci collega con l’universo creato, che non ci concede un solo attimo di solitudine, che suona a sproposito anche al gabinetto, insomma quell’affarino, perché si chiamerebbe telefono MOBILE?
Perché fior di progettisti hanno congegnato un affaretto con cui possiamo scattare foto, girare video, ascoltare la radio, tutto in 70/100 grammi?
Vediamo: telefono mobile… peso minimo … ingombro ridotto… ?!
Forse volevano che ce lo portassimo sempre dietro?
E alloraaaa?
Perché nel mio ufficio è una continua cacofonia proveniente dalle scrivanie abbandonate?
Perché se ti alzi per andare in giro, non ti infili in tasca quell’arnese diabolico che suona non appena sei fuori portata di voce?
Perché ti sforzi di trovare una suoneria originale (?) per riconoscere il tuo, se poi non lasci che ti segua come un segugio fedele?
Camminando per il corridoio dell’ufficio, ormai riesco ad abbinare nome e cognome ad ogni suoneria che sento: sigle musicali, colonne sonore, sinfonie, canzoncine di sanremo… e il gatto che sembra schiacciato nell’armadio, ce lo vogliamo mettere?
Della serie: dimmi che suoneria hai scelto e ti dirò chi sei!

I giorni sfilano uno dietro l’altro come perle di una collana. Uno uguale all’altro.
A guardare bene, però, le perle non sono proprio identiche le une alle altre, ognuna ha una sua sfumatura, una diversa venatura…
Così i giorni: uno scorre sereno, uno ci strappa un sorriso, un altro ci ricopre con un manto di malinconia.
In realtà, non sono i giorni ad essere diversi l’uno dall’altro. Quello che fai un giorno è, in linea di massima, quello che fai tutti gli altri giorni.
Ti alzi, fai colazione, vai al lavoro, torni a casa, ti dedichi ad uno sport o ad un hobby, vedi qualche amico e via così, fino a che ti metti a letto. E il giorno dopo… si ricomincia.
Perché, allora, un giorno ci sentiamo al settimo cielo ed il giorno dopo siamo tristi e sfiduciati?
Sono le nostre emozioni che danno il colore fondamentale alla giornata.
Prevale la tristezza?
E allora tutto sarà grigiastro e niente, durante il giorno, ci solleverà l’umore.
Prevale l’allegria?
Ed eccoci a cantare in macchina mentre siamo prigionieri di un ingorgo in centro città.
Il buddismo sa bene che è così ed è per questo che sto imparando a studiare le mie emozioni, a non lasciare che una di loro prenda il comando e determini il colore della mia vita.
Mentre parlavo del mio essere buddista, durante una gradevole cena con un amico, lui mi ha sorpreso dicendomi: “Non dire troppo in giro che sei buddista, sai la gente non capirebbe”.
“…”
Magari se dicessi che la mia massima aspirazione non è raggiungere la serenità interiore, ma che so, diventare una velina [tralasciando i sopraggiunti limiti di età], avrei più speranze di essere capita?
Stamattina, andando al lavoro, ho incrociato un vecchio che mi ha scatarrato quasi sui piedi. Che schifo!
Mi è venuto allora in mente che, quando ero una bambina, ormai qualche decennio fa, si vedeva spesso una cosa del genere.
Col tempo, e la crescente educazione, questa abitudine è stata scardinata, così come quella, altrettanto obbrobriosa, di gettare cartacce per terra.
A dire il vero, quando ero una ragazza, ricordo molti altri comportamenti sgradevoli.
Non potevi girare per la strada senza che ti fischiassero dietro o facessero commenti cretini. C’era chi lo faceva con grazia e chi, invece, rasentava la pornografia.
Spesso sono arrossita dovendo passare in mezzo a gruppetti di uomini, non potendo aggirare l’ostacolo.
Ultimo, ma non meno fastidioso, gli uomini di qualche decennio fa non facevano uso di deodoranti o profumi perché, dicevano, “Era roba da femmine!”.
Dunque ti capitava di salire sugli autobus d’estate e dover rimanere in apnea fino alla fermata successiva. Lì approfittavi dell’apertura delle porte per fare un pieno di aria fresca e pulita, e così via fino a destinazione.
Che fatica, ma che esercizio per i polmoni!
A distanza di anni, i cambiamenti si sono certo visti!
Pian pianino, i nostri uomini sono diventati più urbani, hanno imparato l’esatto utilizzo di bidoni e di fazzoletti.
Ti cazziano se non butti il vetro nelle campane e ti cedono il passo per la strada.
Ci stanno pure superando in fatto di pulizia, cura del corpo e abbigliamento.
Questo almeno gli ITALIANI!
Gli altri, leggasi gli stranieri (a vario titolo presenti), ci hanno di colpo riportato a 30/40 anni fa.
Sputano per terra, gettano ogni cosa al vento, puzzano come maiali avvinazzati e ti abbordano come se fossimo in un bordello di Calcutta.
E questa me la chiamano integrazione!?